È ora di ricostruire la politica

È ora di ricostruire la politica

3 Giugno 2019 0 Di Rocco Gumina

Il risultato delle elezioni europee spinge ad una riflessione che riguarda tanto il sistema continentale quanto quello nazionale. Se sul versante europeo le attese – eccessive e assai confuse – degli euroscettici si sono miseramente sgonfiate, mentre Francia e Germania hanno visto ancor di più accrescere il loro ruolo di leadership nell’Unione; il dato italiano risulta oltremodo significativo per palesare la crisi politica in atto nel nostro Paese. A mio parere, in vista di un’analisi del risultato elettorale nazionale, occorre approfondire quattro snodi tematici fra loro connessi: l’astensionismo; l’exploit leghista; il tracollo del Movimento 5 Stelle; l’assenza di un’idea politica popolare aggregante e federalista.

In Italia più di quattro cittadini su dieci non hanno partecipato alla tornata elettorale per il rinnovo del parlamento europeo. Il dato della partecipazione al voto, che si aggira intorno al 56% degli aventi diritto e perciò minore di due punti rispetto al 2014, è in controtendenza al resto degli Stati europei nei quali l’astensione è diminuita. In realtà, nel nostro Paese, il mancato esercizio del diritto-dovere di voto è l’icona più visibile e dolorosa di un diffuso sentimento di disimpegno civile. Nella nostra comunità nazionale, specialmente al Sud, recenti indagini sociologiche mostrano un significativo distacco dall’impegno sociale promosso tanto dallo svariato mondo dei corpi intermedi quanto dall’intera realtà del terzo settore di recente sfiancata da scelte di politica nazionale. Senza processi capaci di riattivare la passione e la responsabilità per la comunità, e quindi per la politica, l’astensione dal voto e in genere da ogni attività partitica o associativa sarà in crescita esponenziale anche nel prossimo futuro.

La Lega di Matteo Salvini è, in Italia, la vincitrice indiscussa del voto di domenica 26 maggio. L’importante risultato, che comunque non ha permesso di raggiungere il 40% dei consensi come qualcuno sperava, è stato ottenuto tramite una strategia scientificamente studiata e realizzata a partire dalla nascita dell’attuale governo ormai a sfumatura più verde che gialla. La forza di Salvini risiede nella straordinaria capacità di fare demagogia su temi fondamentali del vivere comune come migrazioni, sicurezza, lotta ai burocrati europei. Su questi cavalli di battaglia, esclusivamente sventolati sui social e sulle piazze, Salvini ha costruito il suo successo. I dati, quelli veri, tanto sulle migrazioni, quanto sulla sicurezza e sulla necessità vitale per l’Italia di restare, in qualsiasi modo, in Europa raccontano una verità opposta a quella narrata dalla Lega. Tuttavia, tale risultato trionfante deve suonare come campanello d’allarme per le orecchie di Matteo Salvini. Infatti, la caduta del Movimento 5 Stelle è un monito che deve indurre a riflessione i leghisti di tutta Italia poiché quando si governa senza un progetto per il futuro del Paese non basta la demagogia per avere successo.

Il crollo dei pentastellati, invece, mostra la fluidità del voto tipica del nostro tempo privo di appartenenze. Il Movimento 5 Stelle aveva costruito nel corso degli anni passati un curriculum politico fatto di “Vaffaday”, annunciata coerenza, presunta trasparenza, democrazia diretta governata dall’azienda di Casaleggio, cambiamento urlato, zero inciuci, onestà sulla carta, attacco frontale e maldestro alle istituzioni della nostra Repubblica. Una volta al governo, i pentastellati si sono sgonfiati per motivazioni più interne che esterne poiché le attese che avevano suscitato erano talmente roboanti da causare la perdita di sei milioni di voti dopo appena un anno di responsabilità diretta. Il tracollo di Luigi Di Maio e compagni è un’immagine assai significativa per la politica odierna la quale se premia, in modo maggiore rispetto al passato, in demagogia non perdona quando il medesimo malcontento investe chi, privo di progetto, voleva aprire e svuotare la politica italiana come una scatoletta di tonno salvo poi scoprire che il medesimo pesce è ancora lontano dal finire inscatolato.

Al risultato elettorale delle europee in Italia manca all’appello una proposta popolare e federalista capace di riavviare un processo di ricostruzione della politica. Al momento, questo ruolo non può essere esercitato dal Partito Democratico di Zingaretti poiché, al di là del risultato elettorale non di certo straordinario, la linea politica dei democratici pare dettata più dai vari leader che da un progetto realmente federatore e popolare. Se poi guardiamo ai territori, su tutti quello siciliano, il progetto del Partito Democratico abbisogna di una totale rifondazione. Urge, quindi, un lavoro politico e culturale dal basso che veda protagoniste le periferie, che permetta di ascoltare e rappresentare veramente il disagio, i poveri, i giovani, le famiglie, le comunità. Senza questa fatica, sarà impossibile rubare la scena alla forma urlata e demagogica dell’attuale scenario. Forma che gli elettori sposano in assenza di convincenti alternative in grado di rappresentare le urgenze ed i bisogni concreti delle persone. Inoltre, non occorrono salvatori della patria ma processi veri per recuperare e rilanciare le aree depresse del Paese e per dare il nostro contributo in vista del compimento dell’Unione Europea, unica via per costruire il futuro. Processi che, in particolar modo nel Mezzogiorno, dovrebbero responsabilizzare sempre più quella generazione di giovani che, per un motivo o per un altro, è rimasta nella propria terra e che possiede la libertà, il coraggio e la competenza sia per andare oltre la demagogia sia per avviare un processo di ricostruzione della politica.

 

Rocco Gumina

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