Il problema più grave non si chiama Salvini

Il problema più grave non si chiama Salvini

12 Agosto 2019 0 Di Rocco Gumina

E se per assurdo Matteo Salvini annunciasse a social unificati di ritirarsi dalla scena pubblica nazionale – per passare più tempo con i suoi figli che tanto gli mancano – cosa resterebbe della politica italiana? Siamo sicuri che la situazione istituzionale e sociale del Belpaese sarebbe meno sciagurata di quella odierna?

Ragionare a partire da un’ipotesi del tutto priva di fondamenti reali ci può aiutare a comprendere come al momento l’agglomerato partitico nazionale non sia in grado di offrire un’alternativa credibile all’ultima degenerazione politica italiana – successiva a quelle di Berlusconi e di Grillo – ben interpretata da Matteo Salvini e da suoi compagni di poltrona.

Di certo, non possiamo fare affidamento a quel Movimento 5 Stelle di Casaleggio, Grillo, Di Maio, Fico e Di Battista che è stato fra i principali artefici dello sconquassamento linguistico e istituzionale nel quale siamo piombati. Dato che la politica è anche processo, gli italiani – prima di tornare a dare fiducia all’azienda di Casaleggio – dovrebbero ricordare che fu proprio il profeta-comico dei “bravi ragazzi” a instillare nella nostra comunità la proposta del “Vaffa-day” insieme a linguaggi e modalità arroganti, violenti, maleducati, divisivi e totalmente privi di visione politica. Come dimenticare, inoltre, la proposta di impeachment verso il presidente della Repubblica Mattarella – che si era limitato a svolgere le funzioni che la costituzione gli attribuisce – avanzata via facebook da quel Luigi Di Maio capo, assai discusso, di un movimento che non prevede regole democratiche al proprio interno. E, infine, quale credibilità potrebbe ancora conservare il Movimento 5 Stelle – e tutti quelli, incluso alcuni cattolici benpensanti, che con il successo pentastellato hanno conquistato una bella poltroncina – dopo aver perso ogni battaglia politico-culturale con la Lega e quindi aver dato a Matteo Salvini la possibilità di acquisire consensi e potere in modo smisurato?

Sul versante del centrosinistra i problemi non sembrano minori. Con la gestione Zingaretti, il Partito Democratico ha ufficialmente annunciato al Paese di non voler neanche provare a realizzare quell’intenzione originaria che doveva caratterizzarlo e cioè far convivere tramite una dialettica positiva e propositiva culture e storie politiche differenti per avanzare un progetto destinato a far crescere l’Italia. Le divisioni dei democratici sono talmente profonde e arroccate su narcisistiche leadership che, ad oggi, pare del tutto improbabile che il Partito Democratico possa reggere il peso della sfida politica in corso in Italia. Nel fronte dei partiti “minori” – da Fratelli d’Italia alla Sinistra Italiana, da +Europa a Forza Italia – emergono posizioni ora nostalgiche e utopistiche ora da mero supporto elettorale a chi si giocherà veramente la partita. Tutte prospettive, dunque, che non lasciano intravedere uno spiraglio per poter ipotizzare un’alternativa significativa.

L’analisi dello scenario partitico italiano ci consegna una dolorosa realtà: il problema più grave della politica italiana non si chiama Matteo Salvini – il quale al massimo è l’ultimo dei figli della decadenza in atto – bensì è da attribuire all’incapacità da parte di tutta la nostra comunità sociale, economica, politica e culturale di far crescere una classe dirigente capace di avere una visione per il futuro del nostro Paese. Pertanto, urge l’impegno di tutti per ricostruire la politica, ma a partire da cosa?

La crisi che colpisce il nostro Paese ha vari volti. Dallo scarso sviluppo economico alla denatalità, dalla presenza della criminalità organizzata allo sfilacciamento della coesione sociale, l’Italia è una comunità che attraversa un periodo storico di grande difficoltà che interessa vari fronti. Inoltre, le recenti indagini sociologiche ed economiche presentano la nostra nazione con vari livelli di diversificazione esistenti fra il Settentrione e il Meridione. Tali studi attestano che nel Mezzogiorno d’Italia si addensano tutte le più alte percentuali in merito al sottosviluppo economico, infrastrutturale, amministrativo, culturale, ambientale, sociale. Oltre a ciò negli ultimi anni, specialmente al Sud, la forbice fra il ceto benestante e le famiglie meno abbienti si è ingrandita.

La politica italiana è chiamata da un lato a prendere consapevolezza di questa situazione e dall’altro a elaborare un piano pluriennale di sviluppo per le zone meno ricche del Paese. Piano progettuale che deve permettere al Mezzogiorno di superare quella condizione di subalternità, rispetto al resto d’Italia, presente per via di un debole tessuto imprenditoriale, della scarsa qualità dei servizi resi dalle amministrazioni locali, del radicamento delle mafie, dell’emigrazione annuale di migliaia di giovani verso il Nord e il resto d’Europa, dell’altissimo tasso di disoccupazione non soltanto giovanile.

Così, la politica in Italia deve ritornare a pensare e quindi ad avanzare un grande investimento progettuale, economico e sociale capace di garantire più istituti scolastici, una sanità decente, un welfare inclusivo, la cooperazione fra le parti sociali, un serio investimento per infrastrutture all’avanguardia, il sostegno allo sviluppo industriale e tecnologico, la crescita delle università e dei poli di ricerca, una politica internazionale nel solco del progetto europeo, la tutela delle autonomie locali, una seria lotta alla corruzione e alle mafie, un’attenzione costante alle periferie.

La crisi voluta da Matteo Salvini per motivazioni strettamente legate agli interessi del partito che guida, è una limpida occasione per ridestarci tutti e per avviare – dall’economia alla società, dalla cultura ai lavoratori, dai servizi ai giovani – una stagione per ricostruire la politica in Italia. Infatti, anche se per assurdo Salvini si congedasse dai suoi impegni partitici e pubblici, i problemi resterebbero. In un guazzabuglio privo di senso – qual è la partitocrazia italiana – l’uscita di scena di un leader negativo genererebbe soltanto lo spazio necessario per la nascita di altri capipopolo interessati solo agli affari della propria bottega.

Non possiamo più attendere: è ora di ricostruire insieme la politica a partire dai temi, dai problemi e dalle risorse che la nostra nazione condensa in un modo mirabile. Sulla base di progettualità per lo sviluppo del nostro Paese, si può ancora costruire una rete sui territori in grado di rappresentare quanto di buono, onesto e credibile l’Italia ancora riesce a rappresentare e a produrre.

 

 

Rocco Gumina

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