Potere alle donne

Potere alle donne

2 Marzo 2024 0 Di Rocco Gumina

Come sta la nostra democrazia? Non benissimo. Per mille fattori. Anzitutto perché da “regime imperfetto” il sistema democratico naviga costantemente nella crisi. Di certo un elemento critico della nostra democrazia è rappresentato dalle leadership, dal loro linguaggio e dall’influenza delle loro narrazioni. Un dato, quest’ultimo, fondamentale perché la democrazia è fatta di parole e del senso che riescono ad esprimere.

In molti sostengono che in Italia, finalmente, alcune donne attive in politica ricoprono ruoli apicali. Infatti Giorgia Meloni è divenuta presidente del Consiglio e Elly Schlein è a capo di uno dei maggiori partiti d’opposizione.  Forse è opportuno chiedersi se ciò abbia condotto ad un miglioramento della qualità della nostra democrazia.

Penso sia presto per sostenerlo e al contempo ideologico affermarlo. Difatti non è il genere in automatico a stabilire migliorie ai sistemi istituzionali come la democrazia bensì nuove e funzionali prassi. E le rinnovate prassi possono generarsi tanto dal maschile quanto dal femminile o meglio da una comunità nella quale donne e uomini contribuiscono al bene pubblico.  Se le donne all’apice della politica italiana continuassero a gestire il potere come nel passato ci troveremmo presto ad avanzare le medesime critiche già usate per i loro colleghi di sesso maschile. Insomma non è il genere a portarci novità sostanziali nella politica. Diverso è, invece, il ragionamento educativo-formativo che va proposto agli uomini e alle donne del nostro tempo circa l’impellente necessità di impegnarsi in politica. Una sorta di invito-dovere rivolto a tutti. Donne e uomini. Ragazzi e ragazze.

Ora nelle narrazioni delle due donne italiane “al potere” risuonano spesso alcune affermazioni che dovrebbero farci riflettere circa il loro modo d’intendere la politica e il ruolo che interpretano. Il presidente del Consiglio, in occasione dell’annuncio del rientro in Italia di Chico Forti, ha pronunciato un’espressione altre volte presente nelle sue dichiarazioni: «l’avevamo promesso e l’abbiamo fatto». La Meloni, alla stregua di un sindaco di provincia alla disperata ricerca di consenso per la sua rielezione, con queste parole non sembra distinguere quella che è la politica partitica – sottomessa alle logiche dei sondaggi – dall’attività istituzionale condotta in rappresentanza di un Paese che esisteva prima e che continuerà ad esistere dopo la fine del suo mandato. Insomma è come se la Meloni fosse rimasta bloccata allo step collegato all’interpretazione del suo ruolo di leader di partito che, adesso, dovrebbe cedere il passo a quello di figura istituzionale interessata ai processi che riguardano più il bene della nazione che la crescita del consenso verso il suo partito di provenienza. Urgono statisti, uomini o donne poco importa, non capipopolo.

Sempre di recente la leader del Partito Democratico Elly Schlein ha sostenuto in un commento sulle prossime elezioni europee che urge la «costruzione di un argine contro le destre». L’espressione della segretaria del PD – usata anche dai capicorrente democratici nelle periferie remote del paese (isole comprese) per cercare di far capire agli elettori l’intima motivazione esistenziale del loro soggetto partitico – ripropone quel celeberrimo blocco mentale-politico nel quale da un lato ci sono i brutti e i cattivi, le destre, e dall’altro i buoni e i giusti, le sinistre. È chiaro che, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sinistra non possa più andare avanti con questo stile e con simili tematiche. La politica ha una dimensione e una rilevanza etica ma questa risiede e concorre in ogni attore della nostra comunità. La politica democratica, infatti, si costituisce sulla ferma convinzione che nessuno possiede la verità e la giustizia integralmente e che tutti, in primis i partiti, offrono la loro relativa parte per la ricerca e l’edificazione del bene comune. Pensare di costituire “un argine” contro un male presunto implica il totale possesso della verità e della giustizia. Ciò può andare bene a Vladimir Putin, a capo del partito Russia Unita, ma non ad una leader di partito agente all’interno di un sistema democratico.

Quello che emerge dai resoconti delle “donne al potere” in Italia non è per nulla diverso rispetto a quanto accadeva qualche tempo fa. L’Italia ha bisogno di un cambio di passo che potrebbe avviarsi tramite il contributo di tutti. Donne e uomini, giovani e anziani, imprenditori e artigiani, insegnanti e dipendenti pubblici, tutti siamo chiamati a rivalorizzare la politica e i partiti. Non è, dunque, soltanto una questione di genere. La democrazia è di tutti e per tutti. Sosteniamola.

Rocco Gumina

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